I
martiri
Il giorno di Pasqua del 1998, nel messaggio al
mondo, il Papa ha associato in un unico ricordo i testimoni evangelici
della risurrezione e i martiri del nostro tempo. Una delle iniziative per
il giubileo è stata il martirologio del secolo XX, cioè il
catalogo di coloro che dal 1900 fino ai nostri giorni furono uccisi per la
fede.
Martirio, nel significato originale del termine, indicava la
deposizione di un teste, per iscritto e sotto giuramento, con valore di
prova: dunque il massimo di credibilità, di garanzia di verità, che si
poteva chiedere. il Vangelo applica la parola a Gesù che rende
testimonianza del Padre e della vita vera con la parola e le opere; ma
soprattutto con la passione e la morte. Egli è il testimone, il martire
per eccellenza. Il Vangelo la applica inoltre a coloro che annunciarono la
risurrezione di Gesù a prezzo della vita. Gesù associa questa confessione
di fede da parte dei suoi discepoli ad una assistenza dello Spirito
Santo: “Vi porteranno nei tribunali... e vi tortureranno…
sarete miei testimoni di fronte a loro e di fronte ai pagani... Non
preoccupatevi di quel che dovrete dire e di come dirlo. Non sarete voi a
parlare, ma sarà lo Spirito del Padre vostro che parlerà in voi” (Mt
10 17-18.20).
Nella storia, il martirio prese il senso di offerta della vita
attraverso una morte cruenta a testimonianza della fede. Il martire non si
difendeva con argomenti per dimostrare la sua innocenza di fronte a quello
di cui veniva accusato. Anzi approfittava per parlare di Gesù,
dichiarava quanto la fede in Cristo fosse importante per lui, confessava
la sua appartenenza al gruppo cristiano. Aveva persino il coraggio di
esortare giudici e carnefici a ricredersi e rinsavire.
Oggi si uccide ancora per ragione di fede.
Ne sono prova i sette monaci dell'Algeria e tanti altri, religiosi,
religiose e fedeli laici, caduti dove imperversano l'integralismo o forme
magiche di religiosità. Altri morirono e muoiono nell'esercizio della
carità o nello sforzo di riconciliazione durante conflitti etnici, guerre
civili e situazioni di insicurezza generale. I regimi ideologici del
secolo XX fecero stragi di credenti, cattolici, protestanti, ortodossi
sotto l'accusa di opposizione al bene del popolo, di sovversione, di
favoreggiamento dei nemici dello Stato. Non domandavano nemmeno se
l'accusato volesse rinunciare alla fede. Lo eliminavano senza processo.
Sovente lo diffamavano attraverso una stampa potente e inscenavano
tribunali fantocci. È interessante vedere come si avvera la parola di
Gesù:
delle montature accusatorie ci siamo dimenticati. Di quello che i martiri
hanno proclamato con la loro sofferenza e col loro silenzio ci ricordiamo
e beneficiamo: il valore della vita, la dignità della persona chiamata
alla comunione con Dio e alla responsabilità di fronte a Lui, la libertà
di coscienza, la critica contro tragiche deviazioni come il razzismo,
l'integralismo, il potere assoluto dello stato, la discriminazione, lo
sfruttamento dei poveri.
Si dice che nessuna causa va avanti senza i suoi martiri, senza cioè
coloro che ci credono fino a dare la vita per essa. La fede comporta
sempre una certa violenza. Gesù insegna che alla vita piena si arriva
attraverso la morte. Egli giunse alla gloria attraverso la passione. Chi
vuole la corona, dice San Paolo, deve sostenere la lotta e chi vuole il
traguardo deve agguantare la corsa; e allenarsi con sacrificio.
Oggi forse nessuno vorrà ucciderci a motivo della nostra credenza
religiosa. Ma c'è tutta una concezione cristiana dell'esistenza da
sostenere e scelte di vita che richiedono lucidità e resistenza. E ci
sono circostanze personali, malattie, situazioni di famiglia e di lavoro,
che esigono un saldo ancoraggio nella speranza.
Essere martire è una vocazione.
Lo Spirito, non il giudice o il carnefice, fa i martiri, cioè i grandi
testimoni. E come ogni vocazione, esprime una dimensione dell'esistenza
cristiana che è comune a tutti. I presupposti, le implicanze, quello che
sottostà al martirio, fa parte della formazione nella fede. Questa è
fonte di gioia e di luce, ma non si offre a «buon prezzo». Le parabole
del «tesoro nascosto», per il quale il compratore deve vendere quanto
possedeva, ce lo ricordano.
Il martirio è collegato ad una delle note senza le quali il vangelo
perde il suo colore, il suo sapore, il suo filo, la sua radicalità. È
una specie di dinamismo interno per cui si punta verso il massimo
possibile ed è tipico della fede. Non è integralismo, che è adesione
cieca alla materialità delle proposizioni; non è massimalismo, che è
pretesa ed astensione di coerenza nelle idee e nelle esigenze. È proprio
«gusto» e conoscenza della verità, adesione di amore alla persona di
Cristo. Giovanni Paolo II appoggiava il suo discorso su una constatazione:
il nostro tempo ascolta più i testimoni che i «maestri». Nei giovani c'è
una fibra che accoglie l'invito alla radicalità. Facciamola vibrare!